La porta. I tavoli. Il rumore dei piatti. Quell’aria da trattoria che non si inventa. Sembra tutto al suo posto.
Poi arrivano loro. Tre ragazzi.
Si muovono tra la sala e la cucina. Portano il pane, aprono una bottiglia, appoggiano i piatti sul tavolo. Piatti che conosci. O almeno così sembra.
Poi assaggi.
C’è sempre la trattoria. Solo che qualcuno ha spostato qualcosa di qualche centimetro.
Alla Rivetta è qui dal 1973. Prima il nonno con la sorella, poi il padre. Una storia di famiglia passata da una generazione all’altra, quasi senza interruzioni.
Oggi, in sala, c’è Daniele Pellizzaro. È lui a raccontarmi la storia.
«L’obiettivo è portare avanti il passato, in una Venezia che oggi è molto più turistica di una volta. E allo stesso tempo stare al passo con i tempi, con quello che ci piace.»
Con lui ci sono Mattia Garbin, in cucina, e Alessandro Gasparini, che si occupa soprattutto dei vini. Le decisioni, invece, si prendono insieme.
Anche la cantina. Anche i produttori. Anche quello che finisce nel piatto.
«La ricerca dei prodotti non l’abbiamo mai vista come un peso. È un divertimento. È quasi la motivazione giornaliera: cerchiamo un’altra cosa, proviamo.»
Provare. La parola torna spesso.
La mattina il pesce arriva da Rialto. Non tutto, non sempre. Bisogna parlare con chi sta dietro al banco, sapere cosa è entrato quella mattina, cosa c’è poco, cosa invece non c’è proprio.
Lavorano soprattutto con Monzani e Trevisan, due banchi uno di fronte all’altro. Con Paolo, uno dei figli di Monzani: sa cosa cercano, cosa non gli interessa. Se quella mattina arriva qualcosa di speciale, li chiama.
«Alle sei del mattino loro sanno quello che possono avere di fresco. Devi comunicare continuamente. Poi imparano cosa ti piace. Magari arriva qualcosa di speciale e te lo propongono.»
Il menu, a quel punto, segue. Non il contrario.
























